L’anatomia di un’operazione psicologica
Qualcosa che diventò subito ovvio durante il corso della “pandemia” è che l’intera vicenda era una massiccia operazione psicologica (psy-op), probabilmente la più grande mai perpetrata contro l’umanità. Tutto veniva portato avanti con la paura, fomentata sistematicamente attraverso un flusso implacabile di propaganda dei mainstream media. I titoli dei giornali riportavano sulla natura misteriosa e mortale del “nuovo virus”, menzionando i sintomi come la perdita del gusto e dell’olfatto come se fossero unici per il presunto virus. La presunta origine della minaccia era un mercato misterioso in cui gli animali esotici, compresi i pipistrelli, venivano acquistati e consumati. Questi fattori contribuirono fortemente nel creare ansia e rafforzare la paura dell’ignoto.
Le immagini di persone che crollavano a terra e venivano circondate da personale in tuta hazmat crearono scene da film thriller come nei film di Hollywood. Attraverso programmi televisivi e nel web annunciavano un crescente aumento nei numeri di morti, facendo in modo che la minaccia percepita rimanesse in prima linea nella coscienza pubblica. I conteggi dei casi giornalieri, i ricoveri e i decessi venivano segnalati fuori contesto, creando l’impressione di una catastrofe in continua espansione. Il pubblico veniva inondato di statistiche allarmanti, molte delle quali erano difficili da interpretare per le persone comuni, la loro costante ripetizione contribuì nel creare un clima di ansia.
Il flusso di informazioni si estendeva ben oltre i media. I continui ricordi della presunta minaccia apparivano ovunque. Per coloro che non avevano una diretta esperienza con il “virus” nella propria vita, i cartelli pubblicati nei negozi, nelle scuole, negli aeroporti e negli spazi pubblici servivano come promemoria perpetuo per mantenere il distanziamento sociale e igienizzare regolarmente. I marcatori del pavimento dettavano dove la gente poteva stare. Le barriere in plexiglass separavano i clienti dai dipendenti. Ripetuti avvertimenti dai servizi pubblici. Ogni aspetto della vita quotidiana divenne saturo di segnali visivi e uditivi progettati per mantenere la minaccia in prima linea nella mente delle persone.
Lockdown, quarantene, chiusure aziendali e delle scuole assicurarono che anche quelli incontaminati dalla malattia avrebbero sperimentato conseguenze tangibili. L’isolamento stesso divenne un potente moltiplicatore di forza. Le normali routine vennero interrotte, le interazioni sociali vennero fortemente ridotte e milioni di persone divennero sempre più dipendenti dalla televisione, dai social media e dalle fonti ufficiali per ottenere informazioni sul mondo che li circondava. Man mano che l’esperienza diretta diventava più limitata, l’esperienza mediata riempiva sempre più il vuoto.
La paura veniva rafforzata non solo dalle istituzioni, ma dalla società stessa. Le persone venivano incoraggiate a vedersi come potenziali fonti di “infezione”. Attività ordinarie come stare troppo vicino a qualcuno, non indossare una mascherina o mettere in discussione la politica della “salute pubblica” causavano ostilità, critiche pubbliche o ostracismo sociale. La conformità non veniva più promossa solo come scelta personale, ma sempre più come obbligo morale. Coloro che esprimevano scetticismo erano spesso ritratti come egoisti, irresponsabili o pericolosi.
La presunta minaccia possedeva un vantaggio psicologico unico: era invisibile. Le persone non potevano osservare direttamente il presunto “agente patogeno” e quindi dovevano fare affidamento sulle autorità, gli esperti, i test e le notizie dei media per determinare se il pericolo era presente. Ogni estraneo diventò un potenziale pericolo. L’assenza di prove visibili veniva spesso interpretata non come motivo di dubbio, ma come prova che le restrizioni e gli interventi stavano funzionando. Nel frattempo, le mascherine diventavano quasi universali, rafforzando un messaggio semplice ma potente ogni volta che qualcuno usciva: non è normale.
Creare confusione
La paura non spiega appieno come la narrazione abbia mantenuto la presa sull’opinione pubblica per così tanto tempo, l’altro fattore importante fu il costante stato di confusione e incertezza che lo accompagnava. Durante la “pandemia”, l’opinione pubblica veniva bombardata da un flusso costante di informazioni che erano spesso incoerenti, contraddittorie o in rapida evoluzione. Le previsioni non si concretizzavano, le raccomandazioni venivamo riviste e le spiegazioni ufficiali cambiate ripetutamente, ma il messaggio generale rimaneva lo stesso: fidarsi degli “esperti” e rimanere preoccupati.
In questo clima di perpetua incertezza e “confusione progettata” era difficile per le persone capire ciò che stava accadendo. Un giorno le mascherine non erano necessarie; quello successivo erano essenziali. Le promesse iniziali che le restrizioni sarebbero state temporanee (cioè “2 settimane per appiattire la curva”) non vennero mantenute e iniziarono con i lockdown prolungati e le misure di emergenza ricorrenti. Gli obiettivi e gli standard venivano frequentemente rivisti, assicurando che l’opinione pubblica fosse sempre in attesa del prossimo aggiornamento, del prossimo avvertimento o della prossima giustificazione per l’intervento continuo.
Il risultato fu una popolazione mantenuta in uno stato di alta allerta psicologica e non indipendente. Di fronte a rivendicazioni contrastanti e a indicazioni in costante cambiamento, molte persone si sentivano incapaci di fare affidamento sulle proprie osservazioni o avere un giudizio personale. Divennero sempre più dipendenti dalle “autorità”, esperti e i media che interpretavano la realtà per loro. In questo modo era confusione che non non andava contro la narrazione, la sosteneva.
I cambiamenti di agosto 2020
Durante l’ultima settimana di agosto del 2020 emersero diversi sviluppi che rafforzarono questa atmosfera di incertezza. Il 24 agosto, il CDC revisiono la guida per i test, affermando che gli “individui sani” asintomatici che erano stati esposti a qualcuno con il “Covid-19” non avevano necessariamente bisogno di essere testati se non accusavano sintomi. Ciò fu un significativo allontanamento dalla precedente raccomandazione che imponeva che i contatti stretti di individui “infetti” avrebbero dovuto essere testati. La guida aggiornata ha anche rimosso il linguaggio sottolineando l’importanza di test e sorveglianza diffusi, provocando immediati contraccolpi da parte di altri funzionari e commentatori della sanità pubblica.
Il cambiamento era particolarmente notevole perché una grande percentuale dei risultati positivi del test fu riportata tra le persone senza sintomi. Ridurre i test tra gli individui asintomatici ridurrebbe inevitabilmente il numero di casi segnalati. Eppure meno di un mese dopo, il CDC inverte la rotta e conferma le sue precedenti raccomandazioni. Per l’opinione pubblica il messaggio sembrava cambiare quasi altrettanto rapidamente come veniva annunciato, contribuendo ulteriormente alla percezione che anche le autorità stesse non erano d’accordo su ciò che stava accadendo.
All’incirca nello stesso periodo, il 29 agosto 2020, il New York Times pubblicò un articolo intitolato “Your Coronavirus Test Is Positive. Maybe It Shouldn’t Be” L’articolo sfidava l’ipotesi diffusa che un risultato PCR positivo indicasse necessariamente una “infezione”. Gli “esperti” intervistati nel documento sostenevano che i test PCR altamente sensibili eseguiti a soglie di ciclo elevate potrebbero rilevare piccole quantità di materiale genetico che potrebbe avere poca rilevanza sul fatto che una persona fosse effettivamente “infetta”. Alcuni hanno suggerito che i valori di soglia del ciclo utilizzati erano eccessivamente elevati e stavano generando un gran numero di risultati positivi.
Questo presentava un’altra contraddizione. Per mesi i test PCR vennero promossi come gold standard per identificare i casi e i risultati positivi erano stati utilizzati per fare il conteggio dei casi giornalieri, le politiche di salute pubblica e le informazioni dei media. All’opinione pubblica veniva detto che non tutti i risultati positivi dovevano essere interpretati allo stesso modo. Piuttosto che una semplice determinazione positiva o negativa, c’era improvvisamente uno spettro di possibili significati. Una persona poteva risultare positiva e tuttavia non essere considerata “infetta”, pericolosa, o malata.
Riguardo alle mascherine, i lockdown, i test, la trasmissione o il conteggio dei casi, lo schema rimaneva lo stesso: le affermazioni fiduciose erano spesso seguite da revisioni, eccezioni o inversioni definitive. Il risultato fu un ambiente in cui la certezza diventò sempre più sfuggente e l’opinione pubblica veniva incoraggiata a seguire continuamente le raccomandazioni dell’”autorità” per chiarimenti. La confusione non era un effetto collaterale di come veniva diffusa l’informazione, diventò una delle sue caratteristiche distintive.
Chiarire la confusione fabbricata
È stato in questo contesto che ho deciso che il mio ruolo era aiutare a fare chiarezza nella confusione fabbricata. Mi sono concentrato sulle affermazioni fondamentali su cui poggiava l’intera narrazione “Covid-19” al fine di contrastare il ciclo infinito di titoli contraddittori, indicazioni in cambiamento e disaccordi tra gli “esperti”. Se queste affermazioni non potevano giustificare il controllo, allora le innumerevoli revisioni, inversioni e dibattiti politici che seguirono, divennero poco più che distrazioni.
La mia posizione era semplice. Non c’era nessuna nuova malattia caratterizzata da segni e sintomi unici. I sintomi attribuiti al “Covid-19” venivano sovrapposti ampiamente a quelli associati a innumerevoli altre malattie e condizioni cliniche. Ancora più importante, non c’erano prove che un “SARS-COV-2” fosse stato isolato usando il metodo scientifico secondo i postulati di Koch e che poteva causare la malattia. La rivendicazione principale da cui dipendeva l’intera risposta non era mai stata stabilita in primo luogo.
Una volta capito tutto ciò la confusione diventa molto più facile da interpretare. Le raccomandazioni in costante cambiamento, le opinioni contrastanti degli esperti e l’infinito flusso di titoli allarmanti non apparivano più come prova di una comprensione scientifica in rapida evoluzione, ma sembravano funzionare come meccanismi per mantenere l’incertezza e la paura nell’opinione pubblica e preservare la narrativa. Dopo tutto ciò il messaggio rimasto era: accettare le restrizioni, fidarsi delle autorità e adattarsi a uno stile di vita fondamentalmente alterato.
L’obiettivo della psy-op sembrava essere sempre più la normalizzazione di misure straordinarie che sarebbero state impensabili solo mesi prima. Ciò che veniva presentato come una risposta temporanea a un’emergenza veniva gradualmente riformulato come una “nuova normalità” – un cambiamento permanente nel rapporto tra le istituzioni e i cittadini, il tutto giustificato da una minaccia che la maggior parte delle persone non poteva né osservare direttamente né verificare in modo indipendente.
Questo è il motivo per cui ho scritto questi articoli e perché li sto preservando ora. Il mio obiettivo non è solo quello di documentare gli eventi del 2020, ma di sfidare le ipotesi su cui sono stati costruiti e di garantire che questa “nuova normalità” non diventi una realtà indiscussa. Solo esponendo i meccanismi delle operazioni psicologiche le persone possono riconoscerle quando vengono usate di nuovo.